Senegal, giorno 13: woyna Senegal

Inizia la preparazione della festa serale, il feu du camp. Un regalo che i ragazzi con i loro famigliari e gli insegnanti vogliono farci come saluto affettuoso. Inizia la nostalgia. La nostalgie.

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Al venire della sera, dopo le ore trascorse a scuola a fare lezione, a pitturare le pareti e le ringhiere, a giocare a tetris in terrazza sotto il sole a picco, e dopo aver trascorso un’oretta in spiaggia come di consueto e con lo straordinario seguito di ragazze della scuola che intrecciano le perline con una manualità pazzesca e provano a insegnarlo a noi, solo dopo tutto questo acquistiamo gli djembé. Quel suono ritmico e rotondo vogliamo portarlo sempre con noi. Li facciamo incidere con frasi personalizzate e tamburelliamo.

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[Credo che quella sera la cena sia saltata per le tante cose da fare].
Ci prepariamo per la serata. Siamo carichi, pieni di aspettative e sicuri che saranno tutte soddisfatte e anche di più! Ci piacciono le sorprese!

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A scuola

Non abbiamo idea di cosa aspettarci se non che ci sarà un falò. Ma è stato molto di più: è stata una festa in nostro onore, è stato amore solido e tangibile, è stata aria pregna di sentimento e fratellanza, felicità e forza.
È stato quello che a caldo ho raccontato qui: il feu du camp.
È stato ciò che ancora mi porto dentro e lo vorrei rivivere altre mille volte.

Grazie ai ragazzi e alle famiglie della scuola Fabrizio et Cyril di Bene Baraque. Grazie agli insegnanti e al preside e all’opportunità che ci ha offerto e ancora offre Oltre I Confini di Milano.

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Senegal, giorno 12: sans titre (untitled)

Siamo senza titolo dunque senza guida al racconto. Presi dalla giornata non ci siamo appuntati nulla, impegnati a vivere, tra fare tardi e curarci il mal di gola per il troppo parlare a scuola e il troppo cantare, tra il giocare sulla terrazza con il twister portato per i bambini e il prendere il sole dopo pranzo, tra il rito del the e quello dell’immancabile succo di guayava in lattina, e così via.

Condenso in questo giorno quanto non ancora detto ma che merita di rimanere impresso, confuso e senza ordine ma tanto ricco, come l’Africa:

– Il mango, come non citarlo in ogni sua forma?! Dolce all’infinito, sulle nostre tavole dalla colazione alla cena, tagliato con abilità dai senegalesi e con molta meno maestria da noi. Sarebbe diventato il regalo più gradito durante la nostra trasferta a Saly e quello da portare a casa di nascosto, chè così gustoso in Italia non l’avremmo mai trovato.

Le treccine e i capelli increspati. Ho ancora l’immagine di tutti quei ragazzini davanti agli occhi e dei loro capelli che, se non rasati, si presentavano fantasiosamente raccolti in mini dreadlocks, treccine dalle mille forme e disposizione sulla cute, increspati e ribelli. Li avrei voluti così, increspati e cotonati.

treccine senegal

Le patatine tanto desiderate: proprio quelle nel sacchetto, unte e salatissime. Dopo un paio di settimane le abbiamo acquistate per dar pace alla gola e, delusissimi, le abbiamo trovate posse nonostante non fossero scadute. Questi sono spesso i prodotti occidentali venduti in Africa.

Il ballo più coinvolgente in classe con i ragazzi più grandi scatenati dopo la lezione di inglese tra Shakira e altre musiche occidentali. Li imitavamo nei loro stili di danza, ballavamo complici, gente sui banchi, il sangue di ognuno era intrappolato in quella situazione e vivo più che mai! Sorrisi bianchissimi i loro e occhi grandissimi i nostri. Felicità ed energia.

Il succo di bissap e di baobab servito dopo il pranzo. Depurativo l’uno, dolcissimo e ricostituente l’altro. Imperdibili perchè parte di un mondo che si lascia scoprire senza rémore, che è fatto di gusti nuovi oltre a tutto il resto. Gli stessi succhi, durante l’intervallo, vengono venduti ai bimbi in piccoli sacchetti di plastica congelati: ghiaccioli locali e naturalissimi.

Il rito del the ataya non ci è stato chiaro fin da subito. Perchè mai il tempo di attesa per un chupito di the dovrebbe essere di una mezz’ora? E un’altra mezz’ora per il secondo e ancora per il terzo? Incomprensibile tanta attesa per noi abituati ai frenetici ritmi della vita che si svolge quassù. Eppure, dopo pochi giorni, la curiosità ha avuto il sopravvento e così via alle domande per capire il senso di quell’usanza diffusa in ogni casa e addirittura in ogni vicolo. Ecco di cosa si tratta.

Il caffè touba acquistato al banchetto fuori da scuola durante l’intervallo. L’inatteso aroma speziatissimo che ti entra nelle narici e il gusto deciso che colpisce il palato.

Il lungo suono della campanella a richiamare tutti in classe.

Le mani che ti accolgono, ti sfiorano, si intrecciano alle tue. Non percepisci invasione di campo laggiù, solo grande condivisione di emozioni e sentimenti. Una stretta, un “cinque”, uno sfioramento sono il modo di comunicare più forte che quei bambini hanno. Senza parole. Non sono nemmeno necessarie. Quel gesto è tanto ricco di affetto e considerazione che dice tutto. Ti avvicina e ti conquista e mai, MAI, ti capita di pensare che quell’apertura alla gente è un po’ troppo per te.

bambini volontariato senegal

Il lancio dell’acqua giù dalla terrazza del secondo piano. Lavavamo i piatti in plastica, i bicchieri e le pentole in un catino posto a terra, vicino all’unico rubinetto della cucina lassù in terrazza, posto a 40 cm da terro, o forse meno. Non c’era scolo, solo un parapetto a trattenerci nel più liberatorio dei gesti che abbia mai compiuto nella mia vita: il catino veniva rovesciato sulla sabbia sottostante, avvisando i passanti con un urlo “Attention svp!”. Divertentissimo per noi. Normalissimo per loro.

Le persone che vendono le arachidi lungo la strada mentre passi con il carrapide. Che siano spesso bambini non mi piace neanche un po’, però spesso un po’ di cibo salva dalla noia delle code e dall’indecifrabilità del traffico.

La Gazzelle e la Flag. Sono le birre senegalesi con le quali brindare di tanto in tanto: in terrazza sotto il cielo infinito di stelle, in discoteca, alla conclusione del feu du camp, alla festa di fine campo, e ancora e ancora.

 Il Chocopain. Una dolcissima crema al cioccolato fatta con una grassissima base di burro di arachidi. Che fosse a colazione o a fine cena, era il junk food più simile alla Nutella che potessimo concederci.

Il cous-cous migliore che io abbia mai mangiato è stato cucinato per noi a scuola con verdure e spezie equilibratissime. Ancora lo vorrei.

Gli inviti a casa della gente. Ti amano in un istante, ti aprono la porta della loro casa, insistono perchè tu conosca l’intera famiglia, ti offrono la colazione, il the, del pane con l’intento di condividere qualcosa con te. Condivisione è vita. Si instaura una fiducia massima e solida, una riconoscenza per il solo fatto di essere gli insegnanti estivi dei loro ragazzi, e questo approccio manca tantissimo una volta tornati e fa parte del mio mal d’Africa.

mamma senegalese

– Il mercato di Bène Baraque. I forti odori invadono pesantemente le narici. Il cibo esposto al caldo fa così strano. I vicoli interni del mercato sono labirintici ma non troppo: impariamo subito a orientarci; ci facciamo accompagnare al banco delle stoffe e ne compriamo alcuni metri per cucirci un vestito o altro che rimanga a ricordo. I colori degli abiti delle donne senegalesi sono meravigliosi, vivi, luminosi, allegri. Ho scelto una stoffa azzurra e vorrei trasformarla in una giacca estiva da indossare qui in modo da far sormontare i due mondi nella mia quotidianità, in qualche modo.

I venerdì pomeriggio in cui tutti i negozi erano chiusi perché ore di preghiera musulmana. Non una bottiglia d’acqua fino alle 16.00, tassativo.

Il twister giocato sul tetto della scuola ad ingannare l’attesa della fine del riposo post pranzo degli insegnanti senegalesi.

– Gennaro che dorme sul tappeto in rafia.

Il richiamo del muezzin.

Le scuole coraniche.

Le case senegalesi e i mobili in tek. Da noi costerebbero tantissimo, per loro sono l’eleganza tipica e irrinunciabile delle loro case. I mobili arredano l’unica stanza di proprietà della famiglia e la adattano a essere camera da letto, soggiorno, salotto per gli ospiti, sala relax, sala tv, e così via. La sabbia ovunque sa consentirti di camminare scalzo.

Il recupero dell’ordine dal caos con l’accenno a una sola canzone di Papa Sow. Incredibile ma vero: i ragazzini urlanti della scuola veniva ripresi a suon di… canzoni. Il maestro Papa Sow si è guadagnato un rispetto tale da riuscire a riportare ordine con uno sguardo oppure accennando a uno dei tanti canti che insegna ai bambini alla fine della giornata di scuola. Questo trucco l’abbiamo sfruttato molto anche noi volontari!

– Gli allenamenti dei senegalesi in spiaggia al tramonto.

tramonto senegal

Il temporale improvviso scoppiato mentre ce ne stavamo sdraiati in spiaggia e a nulla serviva ripararsi con gli asciugamani: corri e ridi, ridi e corri che intanto… si è allagata la cucina! Ormai fradici ci siamo impegnati tutti a svuotare la terrazza dall’acqua accumulata: era un bacino senza scolo!

Legami che nascono in viaggio

Domani finalmente rivedrò Irene, Simo e Giampi, tre ragazzi del gruppo con cui ho fatto volontariato in una scuola della periferia di Dakar la scorsa estate! Si ripristineranno connessioni fisicamente sospese da mesi, ma in continuo evolversi e divenire grazie ai contatti che siamo riusciti a mantenere in tutto questo tempo e ci saranno nuovi picchi di energia e ulteriori sviluppi certi! Tutto questo è elettrizzante.
Non vedo Giampi da allora e Irene, probabilmente, da settembre e mi aspetto scioccamente che sappiano ancora di sole, di mango, di granelli di sabbia fine. Una chat con Irene ha scatenato emozioni e ricordi che, a loro volta, mi hano rinvigorito il cuore!

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Era sera ed eravamo bloccati all’isola di Gorée dopo aver perso il traghetto per il rientro a Dakar. Avremmo dovuto attendere un’altra ora o forse più, tanto valeva farsi una mangiata in compagnia e ingannare l’attesa. Filosofie senegalesi: c’est pas grave. Non avevamo comunque nulla di specifico da fare e a ballare ci saremmo andati la sera dopo.
È dopo quella cena che io e Irene siamo entrate in confidenza, abbiamo varcato la soglia l’una dell’altra e ci siamo confrontate molto. Sarà stata la situazione, sarà stata l’energia del temporale che era nell’aria fresca in risalita dall’Atlantico: avevamo una gran voglia di scoprirci e capirci nel profondo. Erano passati giorni dall’inizio del viaggio di volontariato laggiù eppure il nostro personalissimo viaggio è iniziato a Gorée, terra di anime forti e ruggenti, di comunicatori attraverso le arti, di miscellanea razziale. Credo che i luoghi racchiudano significati profondi e Gorée ne ha in abbondanza; credo che nulla succeda per caso e infatti ci saremmo trovate più simili di quanto potessi mai pensare; credo che ciasciuno percorra il proprio cammino e che questo talvolta sia in linea e d’aiuto a quello di altri e per noi in questo momento è proprio così: leggo un libro che mi ha suggerito lei e che aiuta la formazione personale e la crescita da donna, faccio passi in solitaria che talvolta vorrei confrontare con i suoi e provo grande interesse per il suo percorso di vita. 

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E poi Giampi che è rientrato dal Senegal prima di tutti noi per tornare nella sua Madrid con la promessa che ci saremmo visti tutti là prima o poi, ma si sa come vanno le cose… il tempo vola e non ci si vede mai. L’immagine di lui che ho davanti agli occhi è quella di un ragazzo coi pantaloni bianchi morbidi di tipo orientale o arabeggiante, dei quali non conosco la storia ma immagino li abbia comprati in un viaggio in India con la Simo.
O forse sono semplicemente quelli che usa per insegnare yoga e li ha presi più banalmente in Europa, ma è più bello credere che abbiano una storia interessante e unica e che se li porti in ogni viaggio da allora. A quei pantaloni ho legato un fatto di cultura senegalese che gli aveva svelato qualcuno del posto: in Senegal quel tipo di pantaloni comodi vengono indossati esclusivamente dagli anziani. Simbolo di saggezza o di età consapevole non importa: per me rappresentano lui più che mai. Leggeri come la sua anima, legati tradizionalmente altre culture e fatti propri, sempre adeguati che sia un giorno di sole nel deserto oppure una fresca sera d’estate. Rivedrò il suo sorriso che trasmette pace ed equilibrio, la sua gentilezza e il suo animo delicato mi faranno sentire a mio agio e poi la goliardia quella domani sera non mancherà!

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E la Simo, che dire… con lei ci si è vissute di più, si è viaggiato insieme e si viaggerà ancora, siamo sulla stessa lunghezza d’onda per molte cose e condividiamo lo stesso gene, il DRD4-7R : a volte nella vita ci si conosce così e a noi non poteva che accadere in viaggio. Ho una foto di noi impressa: di spalle, mano nella mano a sorreggerci mentre camminavamo nelle paludi del delta del Saloum. Orizzonte infinito davanti. Everlasting like the sun.

Ricostruiremo, anzi prolungheremo da dove eravamo rimasti chè il tempo non si è certo fermato là, nella calda Dakar (!), bensì ci ha arricchiti di racconti da condividere tra cuori che si sono legati con la sabbia di Malika, commossi alla vista e innamorati degli occhi dei bambini di Bène Baraque, persi in canti a ritmo di djémbé che ancora risuonano nell’aria.
È così che vivere laggiù ha consolidato i nostri legami, sicuramente per le condizioni particolari e lo scopo comune, ma so che questo succede in ogni viaggio e arricchisce la vita di persone care. Forse, però, in un’esperienza di volontariato o in qualche modo “estrema” questo si avverte in maniera esponenziale e rimane nel tempo come un legame tra fratelli.

Un abbraccio all’intero gruppo!

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Londra in un giorno. Quale abbonamento dei mezzi conviene fare?

One day travelcard or Oyster with cap? This is the question.

oyster card

Oyster card – foto Flickr di Amanda Slater

Vado a Londra per un giorno, un giorno pieno pieno – quello che Cabiria chiamerebbe #tornopercena e anche un po’ di più – e devo capire con che abbonamento muovermi.

Per me, quest’anno, si tratta davvero di un regalo inatteso. Un autoregalo, il migliore che potessi farmi perché Londra è nel mio cuore -più di ogni altra città- da 15 anni, dalla mia prima volta a Soho di sera con ingresso da Gerrard Street, dal primo impatto con il multietnico e scary Queensway Block dove gli ostelli erano terrificanti davvero, dall’a-tratti–troppo–elegante Kensigton a Trafalgar Square con i leoni sui quali salivo ogni volta che tornavo a Londra quasi fosse un rito purificatore; ma questa è un’altra storia.

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Era un regalo che nemmeno osavo sognare, non l’avevo neanche listato nei miei #traveldreams2015 un po’ per scaramanzia, un po’ per evitare la delusione a fine anno. E invece…!!!!! Stilo un piano delle cose che vorrei vedere: i luoghi del cuore (chissà come si stanno evolvendo?!) misti a nuovi angoli da scoprire, e Londra ne ha all’infinito. Definito il tragitto arriva il dilemma: quale converrà di più tra Travelcard e Oyster? Cerco online, sfoglio, leggo, mi informo, chiedo e tiro le somme.

Arrivo a Londra Liverpool Street (stessa stazione della mia prima volta tra l’altro) con Stansted Express in zona 2 alle 8.30 circa, quindi sono in pieno PEAK time: l’ora di punta, insomma (nello specifico è l’orario che va dalle 4.30 alle 9.30 del mattino e dalle 16 alle 19, e che costa di più) e ho bisogno di muovermi con i mezzi che siano la Tube, la DLR o i bus poco importa. So che mi serviranno per ottimizzare i tempi e la Tube non è sempre la scelta migliore, quindi i bus mi torneranno utili in alcune tratte e la DLR per arrivare a Canary Wharf e poi alla Greenwich Foot Tunnel Walk.

L’unica cosa certa è che la one-day-anytime-travelcard che si può usare, appunto, a qualsiasi ora costa 12 sterline! Prezzo che pare folle, ma è dovuto al fatto che copre le zone 1-4 mentre fino allo scorso anno si poteva acquistare anche solo per i primi due cerchi della città, corrispondenti alle zone 1-2. Se questa fosse la scelta rimetto in discussione la tratta Stansted Express – Liverpool Street e risparmio qualche sterlina sul biglietto a/r fermandomi a una delle stazioni in zona 3 – da lì proseguo con la Tube: facciamo fruttare il giornaliero londinese!

L’alternativa è la Oyster card con cap, la tessera ricaricabile con tetto monetario massimo oltre il quale non si paga nonostante l’utilizzo su ulteriori tratte a qualsiasi ora del giorno. Sembra proprio essere quello che serve a me. Vorrei però capire se copre qualunque zona metropolitana, come ottenerla e a che prezzo. Intanto la Oyster si può richiedere in qualsiasi biglietteria con cauzione rimborsabile di 5 sterline (anche online a 3 sterline ma non verrebbero rimborsate). Va poi ricaricata di 10 sterine minimo. Ogni passaggio sui mezzi pubblici viene registrato e dalla prepagata si scaricano i costi della singola tratta. Ma quali sono questi costi? A questo punto ho trovato un documento chiarificatore
In zona 1-2 con Oyster le tratte di Tube e DLR costano 2.30 sterline ciascuna. Io ne faccio un minimo di quattro, dunque poco più di 9 sterline e mi conviene sicuramente la Oyster daily anytime con cap a 6.40 sterline in zona 1-2, facendomi rimborsare la cauzione prima del rientro. Scegliessi le zone 1-3 pagherei 9.20 sterline, che è comunque vantaggioso rispetto alla Travelcard.

Neal's yard

Neal’s yard – foto Flickr di Marie Guillaumet

Ricapitolando, per un solo giorno a Londra con utilizzo della metro, della DLR e dei bus conviene prendere la Oyster card e ricaricarla comportandosi come un local e richiendo il rimborso cauzione a fine giornata, oppure trattenendola per sfruttarla al ritorno in questa multietnica e poliedrica città.

Altri link utili:
Oyster visitor card
Sconti da sfruttare a Londra
I suggerimenti di Giulia Raciti – viaggiatrice vera

Senegal, giorno 11: il bastone di Noël

Quella notte è stata più torrida e afosa delle precedenti, non si respirava sotto le zanzariere dell’unica stanza (la mia, di Gloria e Dani) ancora senza topi, c’era un assurdo girarsi e rigirarsi nel letto disturbati dalla rissa in corso al piano di sotto, finché abbiamo deciso di eliminare le zanzariere e farci una doccia.
Abitavamo al piano di sopra di un bar/osteria/centro accoglienza aperto quasi 24 ore su 24. Incontravamo spesso le stesse facce sul portone d’ingresso, talvolta addirittura nella terrazza sul tetto di cui eravamo gelosissimi: era il luogo dove ci rifugiavamo dopo la doccia, dove cucinavamo, dove ci lasciavamo andare a confidenze e guardavamo le stelle ascoltando la risacca, dove i nostri legami si rafforzavano più che mai.

malika outdoor

Allo schiamazzo più forte ci precipitammo sul balcone e ci affacciammo a controllare cosa stesse succedendo: uomini ubriachi se le stavano dando di santa ragione. Scene da un altro mondo che si verificano anche qui nel paese della teranga. L’alcool cambiava di molto la percezione delle cose a questa gente che l’alcool non avrebbe neanche dovuto toccarlo.
Ci guardammo allibiti e tornammo a letto per qualche minuto, finché ulteriori urla e litigi ci riportarono malvolentieri sul terrazzo a mostrare il nostro disappunto. Qualche istante più tardi… il silenzio. Almeno quello, visto che la calura non ci mollava un attimo.
Solo il giorno dopo avremmo conosciuto l’episodio conclusivo della saga: i ragazzi nella stanza accanto alla nostra, percepito che la situazione stava degenerando in strada, si affacciarono alla finestra e assistettero all’utilizzo di metodi parigini per mettere fine al tutto: il bastone di Noël, il proprietario dello stabile e dall’attività di ristoro sottostante le camere. Che dire?! Aveva funzionato e noi per qualche ora avevamo chiuso occhio.

imageRaccogliere informazioni più approdondite sul fattaccio della sera prima era la nostra missione del day after, così scoprimmo che non è poi così tanto raro che disoccupati di media età si ritrovino al bar da mattina a sera e, non avendo altro da fare – oltre che dimenticando la loro fede musulmana -, inizino a bere alcolici a caso, spesso offerti da qualche passante o da altri che si fermano per una sosta. La giornata è lunga a così a sera si ritrovano a essere uomini distrutti entrati in un vortice che li risucchia. L’accesso agli alcolici diventa, così, una delle maggiori paure dei giovani che condannano atteggiamenti e fallimenti come questo, scegliendo piuttosto il riscatto personale e sognando quello dell’intera nazione.
Rimango dunque molto perplessa riguardo il ruolo del barista francese che, in questo caso specifico, avrebbe dovuto vietare la distibuzione di alcolici a chi si trovava lì da ore e poteva assumere comportamenti incontrollati e pericolosi. Inoltre avrebbe dovuto avere la coscienza di tender loro una mano, anziché spingerli nel baratro cose che evidentemente passa in secondo piano rispetto al profitto.

L’Africa sa insegnare ben altro, peccato che alcuni di noi non l’abbiano ancora capito.

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Ho conosciuto Wenders il sensibile, a Villa Panza

In ultimo, mi son sentita inchiodata al suolo, sensazione al di là del fisico ovviamente; percezione data da quelle fotografie che catturavano il mio sguardo fisso e indagatore sul Ground Zero vissuto da Wim Wenders, nell’unico giorno di accesso consentitogli agli scavi post attentato. Wim Wenders il regista, il fotografo, il sensibile. Lo avevo percepito fin dall’ingresso alla mostra, dalle sue parole impresse sul muro a introdurre l’esposizione delle foto sugli spazi immensi, sulla sua America già vissuta da altri e con ancora molto da dire a lui che era pronto ad ascoltare.
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Una mostra in positivo scaturita da foto scattate da un eroe dell’ascolto; momenti e luoghi colti durante un lungo lasso di tempo che va dagli anni Settanta al 2001 in uno scenario temporale e sociale in forte cambiamento, il correre sempre più frenetico del tempo a disposizione della società occidentale e lui, Wenders, in forte contrasto con tutto questo, lui in grado di fermarsi e raccogliere quanto la natura inarrestabile e forte riesce ancora a comunicare, nonostante e grazie al passaggio dell’uomo.
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Una mostra che si chiude con l’utilizzo del termine “indicibile”, uscito dalla penna del suo autore, atto a descrivere quello storico e dirompente fatto che ha cambiato le nostre vite e che chiaramente ricordo come fosse ora. Quell’11 settembre 2001 che tutti noi abbiamo negli occhi e nel cuore. Dopo la positività fatta dei colori degli anni Settanta e Ottanta, dei rossi dei deserti, dei blu dei cieli degli spazi infiniti di Texas e Montana, California del Sud e New Mexico che sopravvivono nonostante tutto, dopo il solido cemento delle fabbriche e delle città abbandonate che ancora custodiscono l’anima di chi c’è stato, è ora tempo del collasso. Il collasso delle torri, l’epilogo del passaggio dell’uomo – disumano.

Sarà che so benissimo dove mi trovavo al momento del collasso, sarà che l’ho visto in diretta grazie all’interruzione del programma che stavo guardando alla tv, sarà che la breaking news è stata uno spartiacque nella vita di tutti, ma quell’ultima sala mi ha davvero inchiodata lì, con lui, al Ground Zero. Macerie e vite là vissute, spuntoni di ferro e vigili del fuoco al lavoro, il sole di riflesso e il gelo al suolo, silenzio. Come se quelle foto trasmettessero suoni di allora, il terrore silenzioso nei gesti dei lavoratori e il solo rumore dei mezzi meccanici e delle sirene. Ho sentito e conosciuto Wenders laggiù al Ground Zero.

#traveldreams2015: ecco la mia lista

È già fine gennaio quest’anno e ancora non ho scritto la lista dei miei #traveldreams2015 come @farahmesiti mi ha ricordato stasera.
Ho sognato però, sognato tanto, perchè sogno e immaginazione, orientamento al nuovo e alla scoperta non vanno frenati mai, non devono avere limiti e non costano nulla, anzi arricchiscono in qualche modo e mi aiutano a ripassare mentalmente le mappe geografiche e ad acquisire conoscenza!

Inizio con il primo che è un sogno già realizzato:
Germania: Colonia. Un weekend tutto per me, al mio personalissimo ritmo vitale, in una città scelta per un elemento culturale tra tutti: il Duomo, patrimonio dell’Unesco. Una due giorni low cost grazie a airbnb, allo street food tedesco e al mio amore per gli spostamenti a piedi. Una città quasi completamente nuova, per forza di cose, e che ha incastonato in sè tesori del passato come la vecchia porta di accesso alle mura romane, il duomo, le case lungo il Reno, le vie della città vecchia che conducono a chiese seicentesche, la triste storia raccontata dalle ex prigioni Gestapo…

Immensa la stazione, bella la vista dal Triangle, imponente il ponte di ferro sul Reno, sorprendenti i nuovi edifici dal design ultra contemporaneo negli ex docklands, mitteleuropee le piazze, le musiche, la gente.

Il secondo travel dream di quest’anno è nato in me leggendo dei viaggi di capodanno di alcune blogger che si erano spinte in questa regione ancora poco frequentata dai turisti. Un sogno che ho taciuto ma si è perfettamente incastrato con quello di un’amica che me l’ha rilanciato, e così il prossimo venerdì partiamo per la
Romania: Transilvania. Un tour on the road in macchina, noi due e il freddo dei Carpazi. Tra castelli, villaggi medievali dichiarati patrimonio dell’umanità dell’Unesco, strade deserte tra le montagne, miniere di sale, vampiri, cibo e birra ne avremo da raccontare!
Intanto ho aperto una bacheca su Pinterest.

E poi c’è l’elenco senza filtri:
America Centrale: Cuba. Prima che tutto cambi davvero e consapevole che tanto è già cambiato. Sarebbe on the road con tappe nelle case particular.
Africa: Sud Africa e Namibia. Sogno in grande.
Asia: Sri Lanka; Indonesia; Filippine. Uno di questi stati, mi accontento!
Europa: le nuove città emergenti di Cracovia e Varsavia, e le baltiche Tallin e Vilnius. Un salto a Londra, una città che mi manca molto, lo farei più che volentieri.
Se poi penso all’estate associo la Puglia ionica che so che mi saprebbe far capitolare.
Un cammino che non so quando incastrare ma sarebbe un luogo del cuore e dell’anima è quello di Santiago.
Brema è la meta da #tornopercena, così come Amburgo o Copenhagen.
Esperienze di viaggio: una notte in tenda nel deserto, di nuovo in carrapide o su un matatu, un weekend in baita circondata dalla neve, qualche giorno in barca a vela.

Voli per la Bretagna non ce ne sono?!

Sognisognisogni. Bumbumbum.